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giovedì 19 dicembre 2013

CONSIDERAZIONI CRITICHE SUL DOCUMENTO DI MINORANZA AL XVII CONGRESSO DELLA CGIL, di Andrea Furlan

Il documento della minoranza congressuale, denominato "La CGIL è un'altra cosa" e firmato da cinque componenti del direttivo nazionale della CGIL, merita di essere analizzato attentamente visto che, rispetto ai documenti passati elaborati dalle minoranze congressuali nei precedenti congressi della CGIL, si caratterizza in modo più coerente con un’impostazione politica di classe.
La mia adesione a detto documento, tuttavia, è un’adesione critica poiché, a mio personale avviso, malgrado il documento sia migliore dei precedenti, continua ad avere fondamentali limiti sul piano dell'analisi politica e della proposta conseguente.
In primis considero errate le analisi politiche nei confronti dell'Europa di Maastricht e del rapporto che, secondo gli estensori del documento, esisterebbe tra la borghesia italiana e le altre borghesie nazionali.
Non mi convincono neanche i compiti che il movimento operaio dovrebbe assolvere rispetto alle conseguenze sociali della crisi capitalistica e quanto addotto sul tema del debito pubblico.
Dopo il preambolo iniziale, il documento comincia ad entrare nel merito delle questioni politiche sopramenzionate e, per quanto concerne la questione dell'Europa monetaria, il tema viene sviscerato nel capitolo intitolato "Contro l'Europa dell'austerità e del Fiscal Compact".
Il capitolo inizia nel modo seguente: "Per difendere il proprio potere e i propri guadagni, le caste politiche e manageriali e i grandi poteri economici hanno scelto di sottomettere la politica economica e sociale italiana agli ordini della troika, cioè di quel comando privo di qualsiasi legittimazione democratica formato da Commissione Europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale.
Quindi, da quanto sopra riportato, si evince che, le politiche di austerity, non sono il frutto di scelte politiche autonome della classe politica italiana, che opera in rappresentanza degli interessi di classe della propria borghesia; al contrario, le politiche di distruzione dello stato sociale, della precarizzazione del mondo del lavoro, dell'abbattimento dei salari, secondo gli estensori del documento sono state invece imposte dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Banca Europea e dalla Commissione europea.
Per quanto mi riguarda, come già avevo scritto tempo fa in risposta all'appello del comitato No-debito, la Comunità Europea continua ad essere la pura sommatoria - ancora nemmeno federativa - delle singole borghesie nazionali più forti, le quali mantengono la piena autonomia politica, e che decidono in sede europea le misure comuni da adottare nelle situazioni di crisi economica del sistema capitalistico, mantenendo un accordo di fondo sul fatto che le misure di austerity o i costi sociali della crisi debbano gravare sulle spalle dei lavoratori, paese per paese.
Nel nostro paese, per esempio, possiamo constatare non solo che non vi è nessuna contraddizione importante tra la Confindustria e la BCE, vale a dire la portavoce sul piano economico-finanziario degli Stati imperialistici europei, ma al contrario vi è una sostanziale convergenza riguardo ai soggetti sociali che devono pagare i costi principali della crisi (lavoratori, pensionati, precari, migranti) e le strategie di risanamento del bilancio.
La dialettica tra i rappresentanti politici del governo delle larghe intese, al proprio interno, è ovviamente finalizzata a costruire in modo strumentale una sorta di dipendenza dall'Europa per giustificare le politiche antipopolari; ma questo scontro sull'Europa, tra i maggiori partiti della borghesia italiana, PD e PDL, è la rappresentazione del gioco delle parti di chi vuole mischiare le carte per nascondere le proprie responsabilità politiche a fini elettorali.
Difatti, la costruzione della Comunità Europea e dei trattati di Maastricht, sono stati il frutto del processo di ristrutturazione capitalistica avvenuto prima su base nazionale in ogni singolo paese europeo e solo successivamente, attraverso una concertazione tra le singole borghesie europee, si è operato per costruire gli organismi sovranazionali, come la Comunità Europea e la BCE, che svolgono unicamente il ruolo di coordinatori delle cosiddette politiche neoliberiste.
Non si deve dimenticare, poi, che il compito dell’offensiva antipopolare capitalistica in Italia è stato svolto rispettivamente sia dal Centrodestra sia dal Centrosinistra, in egual misura.
L'ex estrema sinistra italiana, purtroppo, non è nuova ad elaborare analisi finalizzate a mettere in risalto la subalternità degli Stati nazionali alle strutture sovranazionali. In passato sempre il gruppo dirigente vicino a Giorgio Cremaschi - che insieme a lui ha condiviso anche l'esperienza del No-debito - accusava i politici che sostenevano il governo Monti di essere gli agenti del "governo unico delle banche".
In un recente appello del "Comitato no-debito" a proposito della presunta dittatura delle banche recitava quanto segue: " Nell'Unione Europea la costruzione miope e autoritaria dell'euro e i patti di stabilità ad esso collegati, hanno prodotto una dittatura di banche e finanza che sta distruggendo ogni diritto sociale e civile.
La democrazia viene cancellata da questa dittatura, perché tutti i governi, quale che sia la loro collocazione politica, devono obbedire ai suoi dettati.
I politici, quelli italiani in particolare, privi di vero potere e coperti di piccoli e grandi privilegi di casta, pensano di proteggere se stessi, facendosi tutelare dalla dittatura bancaria...Il governo unico delle banche e della finanza che impone le sue misure a tutto il potere politico europeo non ha paura di noi...occorre fare uno sforzo per mettere insieme le nostre forze e per costruire un fronte comune, sociale e politico, che sia alternativo al governo unico delle banche".
Se mettiamo in raffronto i due scritti, vediamo che la dittatura delle banche è scomparsa ed è stata  sostituita dalla Troika mantenendo inalterato la sostanza dell'analisi politica che adesso viene trasferita in ambito sindacale.
Tale visione dei processi economici, è profondamente sbagliata perché si fonda sull'idea unilaterale di una dittatura della finanza come unico soggetto che starebbe distruggendo la democrazia e il lavoro, perdendo di vista l’intreccio di interessi (produttivi, improduttivi, di rendita parassitaria ecc.) che costituisce il “rapporto sociale di produzione” dell’imperialismo italiano (e quindi del suo Stato, parte integrante di tale rapporto). Essa fa credere che sia possibile, in un’economia di mercato, svincolare il rapporto di interdipendenza tra capitale finanziario parassitario e capitale produttivo veicolando così ai lavoratori un’idea deforme dello scontro di classe. Nei luoghi di lavoro lo scontro di classe apparirebbe così inutile se non controproducente, avendo in ultima istanza le controparti reali nei consigli di amministrazione delle banche e non nelle associazioni padronali, di categoria ecc. e nello Stato che le difende. Ovviamente si pensa ai soggetti finanziari organizzati nella presunta “dittatura delle banche” e nel presunto “governo unico delle banche”, ieri in Italia oggi a livello europeo. Un modo indiretto e poco convincente di scaricare le responsabilità del padronato italiano (e dello Stato borghese che lo rappresenta) su altri soggetti, più lontani, impalpabili, per giunta stranieri, alimentando in tal modo l’isteria nazionalistica che da tempo domina gli ambienti della ex sinistra e della ex estrema sinistra.

In relazione alla precedente esperienza del No-debito, finita com’era prevedibile (e alcuni di noi avevano previsto) in un nulla di fatto, Cremaschi e il gruppo dirigente sindacale a lui collegato hanno comunque inserito nel documento congressuale un richiamo a quella posizione nazionalistica (e tanto cara alla borghesia italiana, se non fosse stata del tuto impraticabile), insistendo ancora una volta sulla richiesta di non pagamento del debito pubblico da parte dello Stato italiano.
Nel preambolo del documento congressuale, in merito a questo tema, si legge quanto segue: "Bisogna non pagare più il debito pubblico alle banche e alla finanza e perciò bisogna nazionalizzare tutte le grandi banche, prima di tutto la Banca d'Italia. Bisogna rompere con l'Europa delle banche, della finanza, dei tecnocrati e delle multinazionali, bisogna stracciare subito il fiscal compact e tutti i trattati europei che ci impongono l'austerità".
La prima considerazione che mi viene in mente, per l’impegno che ho sempre avuto e continuo ad avere sul terreno della lotta sindacale, è constatare la distanza di queste rivendicazioni nazionalistiche, filocapitalistiche e irrealistiche con lo stato delle mobilitazioni in atto nel mondo del lavoro.
Come si fa a rivendicare la nazionalizzazione del sistema bancario nazionale se ad oggi non siamo in grado neanche di organizzare uno sciopero generale che si ponga un obiettivo minimo e lo raggiunga, per es. riuscendo a strappare un qualche misero aumento salariale? (misura ultradifensiva, in questa fase, ma che comunque non viene nemmeno posta come obiettivo di lotta generale). Si invita a lottare per dei sogni (per giunta negativi dal punto di vista del movimento operaio) visto che non possiamo lottare per la difesa elementare del valore della forza-lavoro? Ma allora si scelgano dei sogni migliori, qualitativamente più significativi.
Per giunta si crea l’illusione che queste nazionalizzazioni si possano realizzare senza aver prima estirpato il potere politico ed economico della borghesia.  Una vecchia storia che continua ad angustiare chi oscilla tra programma massimo e programma minimo, senza porsi la prospettiva di obbiettivi transitori che non sono dati una volta per tutte, ma si ricavano dall’analisi del contesto politico, dalle necessità materiali più importanti del momento, dal grado di mobilitazione dei lavoratori.
Su questo terreno il documento è a dir poco insufficiente e forse anche per questo indica un mondo di sogni come obiettivi concreti dei lavoratori nella fase che ci sta di fronte. Per degli operatori sindacali si tratta di gravi limiti.

La questione del debito pubblico deve essere trattata con estrema chiarezza sul piano politico facendo ben capire ai lavoratori dipendenti che il debito che la borghesia italiana ha contratto con le banche estere non li riguarda, è la borghesia che si deve far carico di pagare il debito da lei stessa contratto, perché la crisi economica è la crisi dello stato borghese. I lavoratori devono solo impedire che i costi del debito vengano fatti pagare a loro, ma non devono assolutamente chiedere che il debito di un settore della borghesia italiana venga annullato a favore di un altro settore, o, peggio ancora che il debito complessivo contratto dalla borghesia italiana e dal suo Stato venga annullato per favorirne la concorrenza con altre borghesie e altri Stati capitalistici.
Insomma, il documento ripete l’errore ormai molto diffuso in quella che fu un tempo l’estrema sinistra, quando si mette a dare consigli alla borghesia italiana su come deve muoversi in questo o quel problema finanziario. Ridicolo, sia perché la borghesia dispone di sue teste pensanti molto superiori al mondo intellettuale che ritroviamo in ambienti sindacali e gruppettari, sia perché i lavoratori non saranno mai disposti a lottare per linee politiche che considerano irreali e non-proprie. Magari non lottano nemmeno per obiettivi più semplici e realistici, ma questo è un argomento in più contro parole d’ordine demagogiche, sbagliate e irrealistiche.

I guai della borghesia italiana non riguardano direttamente i lavoratori. I compiti politici di un sindacato di classe nel contesto dato devono essere finalizzati a contrastare il tentativo della borghesia di far pagare i costi sociali della crisi ai lavoratori italiani, tenendo gli occhi bene aperti nei confronti di proposte politiche nazionalscioviniste che vorrebbero scaricare i costi della crisi italiana sui lavoratori di altri paesi.
Sostenere che lo Stato italiano dovrebbe smettere di pagare il debito nei confronti delle banche private, degli Stati esteri o delle agenzie internazionali - equivale a caricare la classe lavoratrice di un problema che non è il suo: e cioè il salvataggio del capitalismo e della propria borghesia nazionale dalle sue crisi.
Forse non ci si accorge che così facendo, magari in modo del tutto ingenuamente, ci si colloca in pieno all'interno delle compatibilità capitalistiche, tante volte a voce condannate.
Inoltre, anche se non lo si dice apertamente, è del tutto implicito che, se si richiede alla propria borghesia o Stato imperialistico di non pagare il debito pubblico, e quindi si disattende a uno dei più importanti dettami di Maastricht, di fatto si sta chiedendo di essere espulsi dall'Eurozona, con conseguente abbandono dell'euro per tornare alla lira o comunque a un'espressione monetaria nazionale.
Su questo fronte, l'ingenuità demagogica porta a non saper prevedere quali contraccolpi si avrebbero sul piano economico e sociale, con chiusura delle fonti di credito, crisi di settori produttivi, autarchia nel senso peggiore, nazionalistico e mussoliniano del termine. A parte il fatto che non si comprende come qualcuno possa considerare la lira una moneta meno capitalistica dell'euro e come possa lontanamente immaginare un ritorno alla lira in un solo paese, mentre il resto dell’Europa continua a veleggiare (male, malissimo) sulla moneta extranazionale.
O forse si pensa che in un sistema economico integralmente fondato sulla circolazione monetaria (è il caso del capitalismo e lo è ogni giorno di più), la cosiddetta economia produttiva possa essere separata dal finanziamento dell'investimento e dallo sviluppo del circuito finanziario mondiale?
Si pensa veramente di poter liberare l'economia capitalistica italiana dai condizionamenti del mercato?
In primo luogo dei mercati dei capitali?
Nella società del capitale (Italia compresa) la moneta racchiude in sé l'essenza del rapporto sociale dominante, la forma dello sfruttamento del lavoro salariato: ieri la lira, oggi l'euro, domani chissà.
Durante la vigenza della lira, sempre con la scusa di dover far fronte alla crisi economica (seconda metà degli anni ‘70), il padronato italiano non è riuscito forse a togliere ai lavoratori la scala mobile dei salari e attaccato pesantemente i diritti che i lavoratori avevano conquistato con le lotte del 1968-69 e poco oltre?
E il debito economico, il deficit di bilancio, le disavventure della lira, non erano forse anche allora il pretesto per esigere, come nel 1992 sotto il governo Amato, i sacrifici ai lavoratori per ripianare il debito?

Continuando nella lettura del documento di minoranza, arriviamo più concretamente all'analisi politica sindacale in cui si indicano le responsabilità politiche della CGIL degli ultimi vent'anni, le sconfitte del più grande sindacato italiano che hanno caratterizzato il suo agire politico sul piano della concertazione sindacale.
Nell'elencare le responsabilità della CGIL di fronte alla sconfitta epocale subita dai lavoratori italiani non vi può essere che una convergenza sostanziale: ne siamo stati testimoni partecipi diretti e su questo non può non esserci accordo.
Ciò che invece non mi convince, risiede nel fatto che nel documento, oltre ad elencare le sconfitte ricevute dai lavoratori su temi di fondamentale importanza - pensioni, salari, democrazia e contrattazione - si propone una piattaforma rivendicativa che prevede la riappropriazione di quanto perso dai lavoratori negli ultimi 30 anni di concertazione sindacale.
Qui non si tratta di non essere d'accordo con il merito delle proposte formulate, ma di essere in sostanziale disaccordo sul metodo impiegato per formulare le richieste avanzate nel documento. Nel documento, infatti, spiccano ben 91 punti rivendicativi che spaziano dalla questione dell'Europa di cui ho già detto, passando per le pensioni, la scuola pubblica, la privatizzazione della sanità, il diritto alla casa, la riconquista della scala mobile, l'esproprio e nazionalizzazione delle fabbriche che chiudono (da porre sotto il controllo operaio!!), fino ad arrivare alla richiesta dell'uscita dalla Nato dell'Italia e ovviamente alla riconquista dello sciopero generale come strumento di mobilitazione dei lavoratori.
Siamo di fronte al più classico dei documenti costruiti con lo stile della lista per la spesa (per usare un’espressione che mi è molto cara e che purtroppo si rende sempre più necessaria col passare dei decenni…) in cui si elencano punto per punto tutte le questioni che i lavoratori dovrebbero affrontare e risolvere, senza tenere alcun conto lo stato dei rapporti di forza tra le classi. Facile potrebbe essere la battuta: e a chi non piacerebbe avere tutte quelle cose là? Perché non ci dite come si fa a conquistarle: tutte insieme o una alla volta? E che fare se le controparti (Stato e padronato) rifiutano di darcele?
Nella fase attuale non c’è posto per i sogni e i grandi proclami. Ciò che invece bisogna fare al più presto è indicare i passi concreti da compiere con cui avviare una vera lotta difensiva, concreta, autogestita e di massa dei lavoratori e lavoratrici italiane. Obiettivi pochi, minimi, ma raggiungibili, senza illudersi che anche questi siano facili da raggiungere. Se la direzione nazionale della CGIL non vuole impegnarsi nemmeno sul terreno dei diritti e dei bisogni più elementari dei lavoratori, sarà forse più facile denunciare la loro collusione con il padronato e lo Stato borghese. Anche questo non sarà facile, ma se non si parte di lì, il resto è solo fumo.
Se non riparte la lotta rivendicativa dal basso in alcuni importanti settori, ci si dovrà limitare al terreno della propaganda: questa è la dura verità, che piaccia o no. E la propaganda, per essere efficace dovrà essere costruita su pochi ma qualificanti punti comprensibili all'intero mondo del lavoro, immigrati compresi: 1) difesa della contrattazione nazionale e dello Statuto dei lavoratori, 2) lotta alla disoccupazione (soprattutto giovanile); 3) difesa dello stato sociale (sanità in primo luogo), 4) difesa dei beni pubblici (acqua, servizi, territorio), 5) difesa del potere d'acquisto dei salari, 6) autorganizzazione di massa contro il precariato, 7) difesa della democrazia a partire dai luoghi di lavoro.
Sono temi vecchi, per nulla originali, ma sono anche i temi decisivi sui quali la maggioranza CGIL non sta riportando alcun risultato positivo. Anzi…
In poche parole bisogna lottare contro gli effetti immediati della crisi cercando di costruire una prospettiva all'interno di tale lotta. Il resto cari compagni, sono chiacchiere e demagogia.

Nell'ultima pagina del documento, si affronta un problema spinoso, ma di fondamentale importanza per la costruzione di un sindacato di classe, e cioè la democrazia.
Da questo punto di vista, spicca l'assenza di un bilancio sulle passate esperienze delle cosiddette sinistre sindacali o aree programmatiche, e il ruolo dei delegati di base continua ad essere subalterno sul piano degli incarichi politici alle burocrazie sindacali e di apparati politici.
Malgrado ci siano delle aperture sul riequilibrio dei poteri all'interno dell'organizzazione per accorciare le distanze tra apparato e lavoratori, lo sforzo fatto ci sembra tutto incentrato nel rispetto delle compatibilità con le logiche burocratiche di cui la CGIL continua a vivere.
Su questo aspetto bisognerebbe rilanciare un proposta politica organizzativa che metta al centro il protagonismo dei lavoratori che nei propri posti di lavoro rischiano concretamente il licenziamento da parte del padrone per l'attività sindacale che svolgono con totale abnegazione.
Per valorizzare concretamente il lavoro di questi compagni, non penso assolutamente che essi debbano essere assorbiti nell'organizzazione, come funzionari o segretari di categoria o confederali, ma penso che ciò di cui i lavoratori hanno bisogno, anche in CGIL, è la costruzione di un organismo sullo schema dei consigli strutturato in modo orizzontale.
Da tempo ho smesso di credere che per cambiare la CGIL si debba cambiare il gruppo dirigente con una mera operazione di sostituzione del gruppo burocratico dominante con un altro gruppo cresciuto in seno agli apparati e destinato a sua volta a diventare parte del meccanismo burocratico (quando non ne è già parte da tempo o non ne è stato parte come vediamo nella situazione attuale). Del resto anche i quadri migliori, ammesso e non concesso che abbiano avuto esperienze di conduzione di lotte vittoriose e che siano stati a un certo momento espressione diretta della base, sarebbero subito riassorbiti nelle logiche della burocrazia una volta entrati a far parte dei meccanismo di apparato. Sono decenni che assistiamo a questo fenomeno drammatico e negativo che ha tolto ai lavoratori qualsiasi possibilità seria di rappresentanza sindacale. L’esperienza delle ultime correnti di critica alternativa alla direzione dell’apparato CGIL sono state da questo punto di vista fallimentari.
Anche per questo mi dimisi meno di un anno fa dalla Rete 28 Aprile. E il tempo mi ha confermato nella giustezza di quella decisione: una decisione certamente sofferta, visto che alla costruzione della Rete 28 Aprile avevo dedicato il meglio delle mie energie sindacali, pagato prezzi durissimi sul luogo di lavoro e vivendo sotto la costante minaccia di licenziamento.
Per parlare di una vera e reale democrazia, non si può eludere il tema della democrazia diretta, la quale,   non si deve limitare soltanto a rivendicare la partecipazione dei lavoratori e lavoratrici alla costruzione delle piattaforme sindacali e all'esercizio del referendum sugli accordi per la loro eventuale validazione o per il loro respingimento, ma bisogna costruire la possibilità concreta per i lavoratori, per i delegati e per le delegate di incidere veramente sui comportamenti del gruppo dirigente, esercitando un controllo continuo e rigoroso sui loro comportamenti. Ciò può avvenire solo attraverso la possibilità per i lavoratori di revocare i funzionari e i segretari sindacali nel momento in cui non rispondono alle istanze della base, anche sulla semplice base di una metà dei voti più uno dei lavoratori di riferimento.
Per questo penso che prima, durante e dopo il congresso della CGIL, si dovrà continuare a lavorare alla prospettiva politica della costruzione di una rete di delegati e delegate, lavoratrici e lavoratori presenti nei luoghi di produzione e di lavoro (quindi non funzionari sindacali) che operi sul piano politico per connettere tutte le vertenze sociali presenti nel paese in un’unica vertenza generale contro le politiche antipopolari e contro l’aggressione sociale della borghesia italiana e del suo Stato, avallata dai partiti politici di Centrodestra e di Centrosinistra. Senza questa rete dal basso e senza alcune prime vittorie locali e generali su obiettivi anche minimi, non si potrà fare nulla per cambiare la CGIL, il suo gruppo dirigente, le mire carrieristiche dei suoi funzionari.
Non credo che questo congresso potrà incidere in tale direzione, ma forse proprio questa constatazione da parte del mondo dei lavoratori e delle lavoratrici potrà favorire la formazione di settori critici all’interno e all’esterno del sindacalismo tradizionale.

RSA Cosp Tecno Service
Andrea Furlan.      

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.